Tutti siamo stati vittime di bullismo. Tutti almeno una volta nella vita ci siamo sentiti inadeguati, a disagio o peggio impauriti di fronte a situazioni sociali che ci hanno resi vittime o carnefici. Oggi come genitori dobbiamo assumerci le nostre responsabilità.

Ho visto recentemente un telefilm che affronta l’argomento “bullismo” in maniere egregia. Mi riferisco a 13 reasons why e se non l’aveste ancora fatto, ne consiglio caldamente a tutti la visione.

Il telefilm parla di un’adolescente americana che, dopo essere stata vittima di bullismo, decide di togliersi la vita registrando le ragioni che l’hanno condotta a questo gesto su delle cassette. Non mi dilungo perché non è questo il punto che mi preme approfondire.

Dall’ascolto che i personaggi fanno di queste cassette si intuisce quanto nella maggior parte dei casi ferire Hanna (la protagonista della serie) non fosse del tutto intenzionale quanto piuttosto la conseguenza di un atteggiamento volto a reagire ai dolori tipici che l’adolescenza porta con se.

Non so voi ma a me l’adolescenza ha fatto schifo.
Pur cambiando scuole e contesti ricordo quegli anni come qualcosa di davvero difficile, con picchi emozionali tanto alti quanto bassi.

Probabilmente complice la recente visione di questa serie, ho affrontato in modo decisamente emotivo due episodi che sono capitati a Tommaso e mi hanno letteralmente fatta tremare al pensiero di quello che affronterà durante la sua adolescenza.

Giorno 1

Siamo al parco e Tommaso sta giocando con un cavalluccio a molla, due bambini più grandi (circa 5/6 anni) si avvicinano e iniziano a fare commenti accompagnati da risate di complicità su come fosse vestito Tommi.

Ad un certo punto hanno cominciato a deriderlo per le sue espressioni poiché lui, vedendo loro sorridere, restituiva il sorriso in modo enfatizzato come gli piace fare ultimamente. Hanno preso in giro anche me per il mio piercing al naso dicendo che sembravo una mucca, ma la mia corazza è spessa e la mia risposta è stata una risata.


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Giorno 2

Parchetto sotto casa, scena simile, due bambini di circa 4/5 anni iniziano a giocare con la palla di Tommaso il quale stava a sua volta giocando con mio marito. Inizialmente sembrava si divertissero solo a recuperarla quando andava fuori campo, poi hanno cominciato a giocare fra di loro escludendo completamente Tommi dal gioco.

Tommaso ha cominciato a piangere perché voleva giocare anche lui, siamo intervenuti in momenti diversi sia io che mio marito chiedendo gentilmente di giocare tutti insieme perché in fin dei conti, quella era la palla di Tommaso.

Siamo stati ignorati, abbiamo così deciso di recuperare la palla e andare altrove per permettere a Tommi di giocare con bambini della sue età con i quali sarebbe stato più semplice “condividere” la palla.

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Recuperare la palla è stato faticosissimo nonostante l’avessimo esplicitamente richiesta, i bambini continuavano ad ignorare me, mio marito e Tommaso che piangeva reclamando la sua palla, siamo riusciti a riappropriarcene solo dopo svariati tentativi e solo in seguito ad un caso fortuito di disattenzione di uno dei due bambini.

Nel salutarci uno dei bimbi non ha mancato di deridere Tommi per il cappellino e per la sua faccia. Si, proprio così, per la sua faccia.

Ma quindi, qual’è il punto? Non sono certo casi di bullismo questi episodi, allora perché mi hanno fatto tanto male?

Spesso ho sentito frasi del tipo “i bimbi fra di loro sanno essere veramente crudeli”. Ma per come la vedo io i bimbi sono bimbi, non hanno filtri e non è certo la cattiveria che li spinge ad attuare certe dinamiche ed atteggiamenti, fare si che questo atteggiamento non si trasformi in bullismo spetta a noi genitori, è nostro il compito di insegnargli ed educarli.

In entrambe queste situazioni le mamme erano sedute su una panchina a chiacchierare fra loro, del tutto ignare di quello che stavano facendo i loro figli, di come si stavano comportando e di quello che stavano dicendo.

Non era certo una ramanzina quella che chiedevo, ma detto fra di noi a parti invertite io sarei andata da Tommaso e gli avrei imposto di condividere la palla specie perché non era sua, di chiedere il permesso di poter usare qualcosa che non gli appartiene e di farlo con gentilezza.

Avrei insegnato a Tommaso che non è educato prendere in giro un bimbo per come è vestito o per le espressioni che fa perché anche se loro lo fanno in purezza e semplicità, con il passare del tempo potrebbe capitare che questa ingenuità ferisca qualcuno e questo si chiama bullismo.

Quindi torniamo sempre qui, all’annosa questione della “responsabilità dell’educazione da parte del genitore”. Siamo noi che per primi dobbiamo dare il buon esempio insegnando ai nostri figli la gentilezza e prima ancora l’empatia.

So bene che è bello trovarsi con gli altri genitori al parco e mentre i figli giocano, chiacchierare del più e del meno alleggerendo sicuramente le giornate stancanti di chi lavora e ha una famiglia sulle spalle. Ma i nostri figli hanno bisogno di noi, hanno bisogno di imparare a rispettare il prossimo perché è giusto così.
Perché il rispetto fa parte di una società evoluta e pronta a crescere nel miglior modo possibile.

Concludo questo discorso con una richiesta.

Noi di Briciole di Nido vi chiediamo con il cuore di condividere questo articolo, di commentarlo e di rifletterci su. Lo chiediamo per i nostri figli e per i figli di questo mondo che, siamo certe, ha ancora la speranza di diventare migliore.

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